di Emanuela Medoro - Il film J. Edgar di Clint Eastwood, con Leonardo Di Caprio nel ruolo del protagonista, che con opportuno, efficacissimo trucco interpreta tutte le fasi della vita del protagonista, è attualmente in programmazione al Movieplex. La storia è nota, il Presidente Calvin Coolidge nominò, a capo del FBI, Federal Bureau of Investigation J. Edgard Hoover. Proveniente da una famiglia con madre forte ed autoritaria e padre debole, fin da giovanissimo destinato dalla madre ad un grande futuro, nei suoi vent’anni dimostrò indiscusse qualità di leader: poche idee, ma chiare, geniali capacità di organizzatore, grandi abilità di comunicatore. Soprattutto un sorprendente acume nel capire a volo i tipi umani che gli capitavano intorno, e così scelse Helen Gandy come segretaria particolare, fedelissima a questo ruolo per tutta la vita , e Clyde Tolson, collaboratore ed amante.
E così scatenò una guerra senza quartiere contro criminali, radicali e tutti quelli che lui riteneva comunisti e bolscevichi, che nella sua mania ossessiva per la sicurezza dell’America, sempre più marcata ed esplicita, vide come i principali nemici.
Guerra aperta, in indagini note e memorabili, come quella per le ricerche del rapitore del piccolo Lindberg, in cui per la prima volta si usarono scienza e tecnologia per individuare il colpevole e le prove della colpevolezza, ma anche una guerra meno nota, sporca, con la compilazione di dossier segreti, affidati alla fedele Helen.
Memorabili due scene: quella del colloquio con Robert Kennedy, durante il quale Hoover espose le sue ossessioni sulla sicurezza dell’America ed il Kennedy snobbandolo, gli rispose con un sorrisetto scanzonato : “Ma lei crede veramente a quello che dice?”

Seconda scena fra i due: appena aver ricevuto la notizia della morte del Presidente Kennedy, Hoover lo chiama al telefono e gli comunica, semplicemente e senza dare all'interlocutore possibilità di replica: “Il Presidente è morto”. Molto probabilmente non sapremo mai come andarono di fatto queste cose, però queste scene sono raggelanti, un atto di accusa esplicito, forte che non lascia dubbi.
Altro punto importante del film sono i rapporti con i collaboratori, la segretaria Helen che immediatamente dopo la morte di lui distrusse i dossier segreti, Clyde Tolson che prima, nel corso di una violenta scenata gli impedì un matrimonio di facciata, poi, ormai ambedue anziani, lo accusa di aver mentito su tanti episodi. “Puoi mentire a tutti, ma non a me”.
E’ il film della presidenza B. Obama. I morti uccisi degli anni ’60, appartenenti al Partito Democratico, J. F. Kennedy, suo fratello Bob e Martin Luther King, fonti ed ispirazione della sua comunicazione politica, uccisi da mani di folli in complotti mai provati, depistati, e segreti, sono diventati dei martiri nel Pantheon degli dei e degli eroi d’America. Qualcuno in America cerca le vere responsabilità, ed ecco, alla vigilia della nuova campagna elettorale di Barack Obama, il bel film di Clint Eastwood, che in piena libertà di parola e di pensiero, con coraggio formula l’ipotesi della colpevolezza FBI/Hoover. Queste sono riflessioni personali, ci può essere una qualche scintilla di verità, ed il pensiero corre ad un altro recente presidente democratico, Bill Clinton, anche lui, come Obama, durante il primo mandato presidenziale perse la maggioranza al Congresso nelle elezioni di mezzo termine, passò poi l’ultimo anno di presidenza ad accusare i repubblicani di tutte le malefatte d’America. E vinse il secondo mandato.

























